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LA COMPLESSITA' DELLO SPAZIO ABITA IL KOSMOS O IL CHAOS ?

 

  

     La pittura, lo sappiamo forse da tempo ormai immemorabile, è prima di essere ogni altra possibile "cosa ", indagine estetica sulla natura dello spazio. E si può benissimo capire perché . Infatti, le condizioni d'essere di un'esperienza estetica come la pittura necessitano sempre di un'estensione, talvolta di una superficie, spesso di una bidimensionalità, comunque sempre di una qualche fenomenologia della spazialità. Ecco la ragione ultima di quel perché.

E nella nostra modernità, anche nel caso in cui disegnassimo l'architettura di un chip, o riprendessimo un evento reale con la telecamera, utilizzeremmo pur sempre un'estensione come supporto, ovvero un'idea di spazialità precedentemente pensata, così come anche accade quando utilizziamo la " rete ": lo possiamo fare soltanto perché in essa vige un'idea di spazialità pluridimensionale precedentemente identificata come fondamento : cyber-spazio, appunto.

Ma che cos'è lo spazio ? Possiamo dire di saperlo con certezza ?

Già il vecchio Platone nel dialogo Timeo, il grande racconto cosmogonico dei Greci di venticinque secoli fa, ammoniva che lo spazio possiede natura bastarda. A dire che esso è sì la condizione di possibilità d'essere di tutti i fenomeni, ma esso stesso - lo spazio - non si fenomenizza. Ossia, lo spazio è la condizione sine qua non affinchè tutti i fenomeni possano apparire, ma esso stesso non -appare fenomenologicamente. Per questo, esso possiede una natura bastarda : lascia apparire ma non appare.

Ecco allora divenire in chiaro come la spazialità, l'idea di spazialità, sia qualcosa di immerso in un'oscillazione ontologica insopprimibile. Come già visto infatti, è la stessa natura dello spazio che permette il declinarsi, nella manifestazione visibile, dell' orizzonte degli enti ( onticità ), la quale - natura dello spazio - è allora la stessa condizione di possibilità dell'apparire dei fenomeni. Eppure, essa stessa condizione, non è entificabile. E dunque non può apparire.

Da ciò, appare anche in evidenza, conseguentemente, come un'esperienza estetica come la pittura sia anzitutto un'interrogazione visibile sulla natura della spazialità come condizione di possibilità dell'apparire di ogni apparire.

Venticinque secoli dopo Platone, il filosofo tedesco Immanuel Kant, per risolvere l'enigma della natura dello spazio nella sua " Critica della ragion pura " dirà : …lo spazio non è un concetto empirico, ricavato da esperienze esterne…..è invece una rappresentazione necessaria a -priori, la quale serve da fondamento a tutte le altre intuizioni esterne.. E concluderà dicendo che l'intuizione spaziale è la forma originaria della sensibilità.

Lo spazio e il tempo sono le forme pure, a - priori, della sensibilità.

E quando all'inizio del secolo scorso, lo spazio e il tempo furono uniti dalla fisico-matematica in una sola entità quadridimensionale chiamata spaziotempo, l'esperienza estetica pittura divenne perciò stesso, conseguentemente al risultato della fisica, indagine estetica sulla natura della spaziotemporalità.

Tutto ciò che è stato appena detto, è ovviamente il parlare di filosofia circa la natura dello spazio, ma basterà spostarsi sul lato della scienza con una breve e perentoria osservazione di Albert Einstein sulla genesi concettuale della teoria della relatività, per comprendere appieno quanto la vera natura dello spazio sia irriducibilmente coinvolta con i sistemi formali e ideali che chiamiamo geometria. Infatti, Albert Einstein letteralmente dirà : …improvvisamente mi resi conto che la geometria possedeva un significato fisico….

Dopo questa riflessione e intuizione del grande fisico che ha rivoluzionato la conoscenza della realtà, come non porre allora la domanda sul significato delle forme ideali di geometria, dato che esse posseggono significato fisico e dato che la curvatura dello spaziotempo, ad esempio - che è una forma di geometria , in ultima analisi prodotta dall'uomo - viene a coincidere con una delle forze fondamentali della natura, la forza gravitazionale ? Anzi, la gravità stessa è la curvatura dello spaziotempo. Dunque ?

Come non porre allora quest'altra abissale domanda : che cos'è allora la forma ontologicamente intesa ?

 

L'arte non è, nè può essere considerata in alcun modo estranea a questa domanda. E tutta la sua storia sta lì irriducibilmente incisa a documentarlo e a testimoniarlo.

Anzi, l'arte conduce questa interrogazione fondamentale forse fin dall'inizio stesso della storia dell'uomo. E la pittura, realizza una visione di questa possibile interrogazione sulla natura dello spaziotempo, sulla sua possibile forma, prima di essere ogni qualsiasi altra forma di interrogazione estetica. Come già detto.

Anche la mia esperienza estetica si è da sempre nutrita di questa interrogazione sulla natura della spazialità, concepita quest'ultima, come polifonia cromatica di possibilità ideali e formali non necessariamente assiomatiche, come possono essere concepiti i sistemi di geometrie euclidei e non - euclidei, bensì concepita come possibilità ideali di infinite geometrie esistenti appunto in un'infinita spazialità.

Non si può tuttavia dimenticare che nello stesso tempo in cui Albert Einstein concepiva la teoria della relatività e ci rendeva coscienti del significato fisico delle forme di geometria, anche filosofia procedeva ad un'analisi rigorosa sulle idealizzazioni formali e primarie di geometria. E' doveroso ricordare, a questo proposito, gli studi di Edmund Husserl, anch'egli celebre filosofo tedesco, che all'inizio del secolo scorso, concepiva geometria come una dimensione ideale e eidetica definendola lingua visiva dalle idealità non -incatenate.

Come dire che la totalità della fenomenologia era soggiacente tutta, al principio di causalità, mentre questa dimensione formale e ideale chiamata geometria, non lo era. Si apriva così la possibilità di pensare la spazialità come una dimensione formale e ideale appesa sopra la più abissale libertà di pensiero e forma coniugati insieme che l'uomo forse abbia mai posseduto.

La complessità allora di ogni possibile nozione di spazio diveniva vertiginosa. E la modernità si è incaricata di dimostrarlo puntualmente con estrema efficacia. Ogni possibile esempio al riguardo sarebbe, credo, del tutto superfluo.

Allo stesso tempo anche la nozione matematica di chaos contribuiva in modo decisivo a ridefinire ogni possibile idea di spazialità che andava progressivamente cristallizzandosi nei sistemi di geometrie consolidati assiomaticamente.

Si potrebbe forse dire anche di più : infatti, se per chaos si intende l'incapacità di predire le evoluzioni future di ogni sistema cinetico non -lineare, date le non perfettamente conosciute condizioni iniziali del sistema stesso, si dovrà convenire allora che l'imprevedibilità di ogni evoluzione futura di ciascun sistema è totalmente aperta ad essere descritta da infinite formalità ideali non -conosciute. Da nuclei formali e geometrici di descrizioni non -prevedibili.

E qui anche può venire in luce allora come lingua geometria, lingua visiva dalle idealità non-incatenate, non sia affatto un sapere del passato, ma sia ineludibilmente, un sapere necessariamente del futuro.

Si dovrebbe anche sottolineare, come ulteriore indicazione utile, come anche nella fisica teorica contemporanea, vengano elaborate delle teorie come quella delle super-corde, ad esempio, che necessitano di molte dimensioni della spazialità per dar conto della loro compatibilità matematica e giustezza teoretica. A dire che il reale della spaziotemporalità non è proprio quello che cade sotto i nostri sensi e che siamo abituati a vedere e esperire quotidianamente.

Anche se l'arte non vuol trovare il fondamento del mondo, perché ciò non appartiene al suo proprio statuto epistemico, ed anche perché questo esito eventuale appartiene come scopo ultimo alle scienze dure, come la fisica ad esempio, cionondimeno l'arte esperisce il mondo come fondamento. Questa, la sua vocazione. Questo, il suo destino.

 

E se il reale dello spaziotempo viene a costiuirsi come fondamento, ossia come condizione di possibilità di apparizione di ogni possibile apparire, ne viene forse da ciò che l'arte dovrà essere esclusa da questa interrogazione su quel fondamento ? Certamente no, giacchè questo sarebbe davvero l'impossibile. Le grandi narrazioni dell ' estetico non finiranno mai di interrogare tutto, anzi, di interrogare il tutto, perché lo specifico dell'arte è proprio l'interrogazione estetica condotta agli estremi esiti ultimi del possibile. Da sempre.

 Conclusione e domanda : se il reale, il reale dello spaziotempo, è possibile da essere descritto nelle scienze fisico-matematiche da un'idea di multidimensionalità spaziale complessissima che sfugge ad ogni nostra visibilità e possibilità visiva quotidiana, chi potrà " vedere " allora queste possibili idealità della spazialità che sono il reale della spazialità matematicamente descritto dalla scienza - se non un'esperienza estetica che trovi la sua genesi come prassi artistica proprio in questa interrogazione poetica sulla natura dello spaziotempo ?

  

Attilio Taverna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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