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Giovanni Boniolo

Dipartimento di Filosofia

Università di Padova

Piazza Capitaniato, 3

35100 – Padova

 

 

 

Attilio Taverna e la nuova concezione di ‘visualizzabilità’

 

 

 

Il muoversi fra i corridoi e le sale in cui sono esposti i dipinti di Attilio Taverna causa, a un fisico o comunque a uno che ha conoscenza delle teorie fisiche, lo stesso effetto che il profumo delle madeleine causa al protagonista de À la recherche du temps perdu di Marcel Proust. Significa ritrovare le proprie teorie, le proprie origini culturali ma, sorprendentemente, in un contesto totalmente diverso: in una mostra d’arte, o, meglio, nei titoli dei quadri di una mostra d’arte! Ma che cosa c’entrano quei titoli evocanti fenomeni fisici, strutture matematiche di teorie fisiche e concetti fisici? E, soprattutto, che cosa c’entrano con ciò che è dipinto? Non si vedono quei fenomeni, quelle strutture, quei concetti. E non si potrebbero vedere: sono fenomeni, strutture matematiche, concetti di una fisica che non si può vedere. Cerchiamo di mettere le cose a posto.

Ogni tanto in giro per il mondo si fanno dei convegni sui rapporti fra scienza ed arte. C’è chi parla di quanto artistica sia la scienza, altri di quanta scienza ci sia nell’arte. I più arditi mostrano quanto possano essere considerate artistiche le strutture del mondo indagate con la scienza o, meglio, con gli strumenti scientifici più avanzati. Di solito si va via da questi convegni con la precisa idea di essersi divertiti per aver passato un po’ di giorni con amici che non si vedevano da tempo, e, se il convegno è stato ottimamente organizzato, di aver ben mangiato e ben bevuto. Ma si va via anche con la precisa idea che, in fondo, si sono ascoltate le solite banalità.

Per fortuna muoversi fra le tele di Taverna non comporta il rischio di ritrovare le stesse banalità. Non vi nessun tentativo di mostrare quanto bella sia la scienza, o quanta scienza ci sia nell’espressione artistica, né, meno che mai, quanto bello sia il mondo osservato con gli occhi della scienza. No, nei lavori di Taverna vi è qualcosa di estremamente più sofisticato e profondo dal punto di vista intellettuale: il desiderio di vedere (e mostrare) con occhi non fisiologici ciò che gli occhi fisiologici non permettono di vedere. Il suo è un problema concettuale, non un problema di interdisciplinarità forzata e superficiale fra scienza ed estetica.

Ricordo, visto che si è in tema di madeleine, una sorta di gioco che facevamo noi studenti di fisica. Ci si chiedeva reciprocamente: "Ma tu vedi questa teoria fisica?". In questione non vi era mai la semplice "vedibilità" dei fenomeni classici (sassi e terra che si attraggono reciprocamente, forze d’attrito, processi termodinamici, diffrazioni ottiche, interferenza di moti ondosi, battimenti di onde acustiche), né la "vedibilità" di certi risultati della fisica contemporanea (il backscattering o il channelling di particelle in un dato bersaglio, la coerenza della luce laser, le lenti gravitazionali). In questione vi era la "vedibilità" delle strutture matematiche della fisica teorica contemporanea, ossia della fisica teorica contemporanea in quanto tale perché essa è matematica (ovviamente non nel senso dei matematici, ma nel senso dei fisici. E c’è un’enorme differenza filosofica!). Noi ci si chiedeva se si riusciva a vedere lo spazio vettoriale, se si riusciva a vedere la non linearità di certe equazioni differenziali che si aveva davanti. C’era chi ci riusciva, o almeno raccontava di riuscirci.

In effetti, a ben pensarci, noi studenti di allora non stavamo facendo un gioco così balordo: stavamo girando attorno a un problema legato allo statuto della matematica, specie della matematica della fisica. C’è chi affronta, come ci ha insegnato quel grande fisico-matematico e filosofo che fu Henri Jules Poincaré, una data matematica più da logico, e quindi assiomaticamente, e non "vede" nulla, o se "vede", "vede" il sistema formale nel suo complesso. C’è chi affronta la matematica più da fisico e vuole "vedere" di più del sistema formale. Questo era il succo teorico del nostro gioco. Certo, era un gioco in cui tutti a un certo momento perdevano. Puoi "vedere" uno spazio vettoriale in due dimensioni, puoi "vederlo" in tre, ma quando si sale la sua "vedibilità" scende, e scende per tutti. E come "vedi" un tensore? Forse puoi "vedere" il trasporto parallelo di un vettore, ma molto più difficile è "vedere" la sua derivata covariante. E uno spazio di Hilbert chi lo "vede"? E l’entanglement quantistico, chi lo "vede"? Puoi capire l’effetto tunnel quantistico, ma la complementarità onda-corpuscolo come fai a "vederla"? Ancora una volta queste difficoltà non erano senza una storia concettuale alle spalle. Ed è una storia che vide protagonisti i fisici tedeschi all’inizio del secolo XX.

Soprattutto con la nascita della meccanica quantistica, ma anche, seppur lungo direttive diverse, con l’inizio delle teorie relativistiche, i fisici tedeschi, che – si noti bene- avevano anche un grande preparazione filosofica e che condividevano l’idea che fosse necessario avere una buona filosofa per avere una buona scienza, si posero il problema della "vedibilità", anzi della visualizzabilità, di ciò che andavano a fare. Si concentrarono così sul significato di due termini: Anschauung e Anschaulichkeit. Il primo aveva un padre filosofico nobile: era stato usato da Immanuel Kant, soprattutto nella Critica della ragion pura, in un senso particolare che poi aveva informato tutta la discussione seguente, e che non poteva essere tralasciato dai fisici tedeschi. Era un termine che, se inteso in senso empirico, si riferiva alla conoscenza legata direttamente con gli oggetti ma che, se inteso in senso "puro", si riferiva alla forme di spazio e tempo che permetteva a un oggetto di essere dato (ma non ancora conosciuto perché per poter arrivare a questo stadio bisogna che intervengano anche le categorie intellettuali). Era un termine, quindi, piuttosto tecnico e astratto che in italiano potrebbe essere tradotto con ‘intuizione’. Invece il secondo termine, ossia Anschaulichkeit, aveva un uso meno filosofico e legato alla possibilità della visualizzabilità, anche in termini di modelli meccanicistici, del fenomeno o dell’evento in questione.

Bisogna però fare attenzione al fatto che, sebbene il primo termine avesse un significato tecnico preciso all’interno del criticismo kantiano, nella discussione che sto ricordando Anschauung e Anschaulichkeit acquistarono significati leggermente diversi. Comunque tutti i partecipanti alla discussione condividevano, dal più al meno, l’idea che il primo rimandasse a un’intuizione astratta e il secondo a una intuizione che potesse essere in un qualche modo visualizzata.

Tuttavia con l’avvento della meccanica quantistica le cose cambiarono e alcuni fisici particolarmente capaci di analisi filosofica, quali Erwin Schrödinger, Max Born, Niels Bohr, Wolfgang Pauli, Arnold Sommerfeld e soprattutto Werner Heisenberg, cominciarono a discutere sul fatto che la fisica stava perdendo la possibilità di essere visualizzata e che si doveva riflettere verso quali terreni concettuali essa portava. Era chiaro che la vecchia idea di visualizzabilità era ormai persa fra matrici, operatori, causalità probabilistica, indeterminazione, complementarità ecc. Bisognava ripensare tale concetto. Questo è esattamente l’obiettivo centrale di un importantissimo (non solo dal punto di vista fisico, ma anche filosofico) saggio di Heisenberg del 1927, intitolato non a caso ‘Über den anschaulichen Inhalt der quantentheoretische Kinematic und Mechanik’.

In questo saggio Heisenberg propone un’idea per certi versi opposta al modo consolidato di pensare la visualizzabilità. Certo, ricevette molte critiche, molte obiezioni, ma tutto questo era (e dovrebbe esserlo ancora) un segno della necessità della filosofia, anzi della buona filosofia, per la scienza. Comunque sia, si riteneva che un concetto o una teoria fisica fossero visualizzabili se erano compatibili con l’immagine del mondo derivata dal senso comune. Se ciò non accadeva, il concetto fisico, la teoria fisica erano considerate controintuitive, ossia non visualizzabili. Ed esattamente questo era il giudizio di molti su meccanica quantistica e relatività ristretta e generale. Heisenberg, contrapponendosi a questo modo di considerare la faccenda, invita a cambiare punto di vista: un concetto o una teoria fisica non devono essere pensate come visualizzabili se sono in accordo con il senso comune, con il sapere intorno alla concezione quotidiana del mondo, ma sono visualizzabili a partire dalla comprensione dalle strutture matematiche della teoria con cui si rappresenta il mondo. Ovvero se si capisce la matematica con cui una teoria scientifica, un rappresentazione del mondo, è formulata, e quindi se si capisce il senso fisico del formalismo, tale teoria è seduta stante visualizzabile. Ovviamente non in un senso banalmente sensoriale, ma in un senso del tutto concettuale.

Ecco allora che noi studenti di fisica intendevamo in modo errato la possibilità di visualizzare la geometria riemanniana della relatività generale o le distribuzioni di Schwartz che si usano per descrivere lo spettro continuo in meccanica quantistica. Questi non sono visualizzabili fintantoché e nel senso che corrispondono all’intendere comune, ma sono visualizzabili nel momento in cui e in quanto si capisce il loro significato fisico all’interno della relatività generale e della meccanica quantistica.

Ed è esattamente qui che si colloca Taverna con i suoi lavori pittorici. Anche lui sviluppa un nuovo concetto di visualizzabilità. Taverna si è accorto della perdita della visualizzabilità del senso comune delle rappresentazioni scientifiche del mondo e cerca di ripensare il concetto in termini nuovi. Non certamente come lo aveva fatto Heisenberg, ossia nei termini di comprensione fisica della matematica delle teoria, ma traendo spunto esattamente da tale componente matematica e dalla sua comprensione fisica. In tal modo, Taverna ripensa la visualizzabilità delle nuove rappresentazioni fisico-matematiche in un terreno per certi versi estraneo: il terreno estetico. Se si accetta questa rivoluzione semantica i quadri, i rombi, le linee, le figure geometriche, le simmetrie, le asimmetrie e i colori delle tele di Taverna acquistano significato, anzi un significato profondo. Come il mondo riguadagna la sua visualizzabilità nella comprensione della matematica con cui lo è descritto, così le geometrie e i colori dei dipinti di Taverna acquistano pregnanza nel momento in cui vengono visti alla luce delle stesse strutture matematiche.

Non è un percorso, ovviamente, puramente gnoseologico, ma è un percorso estetico che ci propone. Tuttavia è un percorso estetico che è totalmente pervaso da istanze gnoseologiche e concettuali. La diversità e l’originalità del lavoro di Taverna sta qui: nella concettualizzazione estetica della visualizzabilità fisica del mondo, ripensata dal punto di vista della comprensione fisica delle matematiche che le nuove rappresentazioni necessitano.

Capendo questo, e accettandolo – entrambi momenti non banali da parte di un fruitore -, il camminare fra i quadri di questo pittore bassanese acquista un valore epistemologico del tutto nuovo: si vede con occhi ciò che non potrebbe vedersi, ma lo si vede perché Taverna è riuscito a estetizzare uno dei risultati concettuale innovativi della rivoluzione che si è avuta in fisica a partire dagli inizi del ‘900: non è più il senso comune che guida l’intuizione e la sua visualizzabilità, ma sono le strutture matematiche con cui le nuove rappresentazioni fisiche sono scritte.

Un percorso non facile, un percorso che taglia fuori molti possibili spettatori estetici, ma un percorso necessario pensando all’intero orizzonte dell’arte contemporanea, e soprattutto un percorso unico per i rifuggitori della banalità estetica e per gli amanti della profondità matematica e del suo significato fisico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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